Prendo spunto dal post di Elasti, che mi ha colpita molto e mi ha fatto ripensare a un certo periodo della mia vita “professionale”, mi ha spinta a delle riflessioni, anche molto amare.
Il discorso è molto complesso perché ci sono troppe componenti in gioco, perciò pur accennando solamente alla cornice sociologica ed economico/politica (che comunque ha la sua bella importanza), mi concentro maggiormente sull’aspetto personale.
Un tempo ormai assai lontano, ci ho creduto per davvero che, VOLENDO, ce la si poteva fare benissimo a conciliare carriera e casa/famiglia, anche mantenendosi degli spazi personali.
E’ molto facile parlare quando lo fai “in teoria”, ed essendo totalmente ignorante in materia è ancor più facile sparare allegramente delle minchiate al cubo.
Imbottita come un tacchino nel giorno del ringraziamento di stupidate pseudo-femministe, son cresciuta con l’obiettivo della “parità”. Parità comunque e dovunque.
Per altro non incolpo nessuno di tutto ciò, ma è da considerarsi contestualizzato con la situazione famigliare che ho vissuto, con una madre buona come il pane ma fessa come un tamburo (detto nel senso più positivo e affettuoso possibile), piena di speranze e di buoni propositi di emancipazione e di indipendenza, soprattutto economica.
Che io sull’indipendenza economica sono anche d’accordo, anzi… Guai a non averla, ma su tutto il resto, con il tempo, ho dovuto mio malgrado dissentire o come minimo limare.
Ma non perché le ritenessi delle cazzate in senso assoluto, quanto perché sono concetti che, di questi tempi, non trovano la stessa applicazione che potevano avere negli anni settanta, tipo.
E io comunque quelle che andavano in corteo bruciando reggiseni e urlando slogan ormai anacronistici le ringrazio con tutto il mio cuore, perché hanno avuto il merito di scardinare alcuni incancreniti pregiudizi di base sulle donne e di togliere qualche pericoloso paraocchi.
Tornando però a bomba, ecco, io mi chiedo alla luce della situazione più o meno generalizzata in cui si trova oggi la maggior parte delle donne, a che cosa ci è servita “la parità”.
E poi, parità de che?
Dirò anche una cosa impopolare, ma pazienza.
E’ così difficile da capire che è un concetto senza senso?
Le donne e gli uomini sono diversi.
Ci sono alcune cose che possono fare egregiamente entrambi e sulle quali trovo anche giusta una sana competizione.
Ma sfortunatamente la società e il mondo del lavoro sono, di fatto, maschilisti.
Tutti gli spazi che una donna con famiglia e figli si ritaglia fuori da casa, sono sudati e faticati il triplo: sia il lavoro, sia il divertimento, sia un interesse, un hobby…
In particolare il lavoro e la carriera sono il punto veramente dolente.
Io vedo la maggior parte delle donne avere enormi problemi di conciliazione, di organizzazione, di equilibrio psicofisico.
Una donna che lavora dovrebbe essere una risorsa, non un problema.
Non c’è sostegno, non ci sono servizi, non ci sono aiuti. Pubblici, intendo. Non c’è la mentalità.
Se sei una donna che lavora e hai pure dei figli, bene che ti vada sei discriminata rispetto perfino alle colleghe donne che invece non ne hanno, per non parlare degli uomini.
E’ tutto un correre per farcela, al lavoro, a casa, a scuola, ai corsi dei figli e via dicendo.
E’ anche vero che gli uomini “di oggi” sono molto più collaborativi ed i più disponibili si accollano volentieri la metà dei compiti, ma questo succede ancora in troppi pochi casi.
E’ anche un dato di fatto che, purtroppo, i bambini di oggi siano pieni di problemi rispetto alle generazioni precedenti: o sono obesi, o hanno comportamenti da correggere con psicoterapie o addirittura ricorrere agli psicofarmaci, o sono piesseduedipendenti, o hanno disturbi comportamentali… dei motivi ci saranno!
E allora giù coi sensi di colpa.
I sensi di colpa ci uccideranno.
Perché è pur vero che una donna non può realizzarsi solo all’interno della famiglia, il suo compito non è solo quello.
Avere un compagno, dovrebbe anche significare avere appoggio, aiuto, sostegno, condivisione dei compiti e delle responsabilità.
Il fatto che una moglie e una madre siano persone soddisfatte o perfino contente, dovrebbe essere un elemento di serenità a cui tendere per tutti in seno alla famiglia, o alla coppia.
Invece ci si guarda intorno e si vedono donne stressate, quando va di lusso, che perdono i capelli, o ingrassano non mangiando, o sono piene di psoriasi…. per non parlare appunto di quelle depresse oppure schizofreniche, o schiacciate dal peso dei sensi di colpa e dei troppi compiti sulle spalle e dell’incapacità di svolgerli tutti, e bene.
Ecco, ciò che volevo dire è che non so se siamo sulla strada giusta, in questo modo.
Visto che, a parte gli ovvii casi sporadici e le classiche eccezioni che confermano blabla, non si può andare avanti per molto ancora in queste condizioni, l’unico vero modo per cercare di avere una qualità di vita migliore, è quello di fare una profonda introspezione e una analisi dettagliata per capire davvero quali siano le nostre priorità, contestualizzandole appunto all’interno delle condizioni ambientali, famigliari e professionali.
Credo si chiami “scegliere il male minore”.
Poi ci vuole anche un po’ di fortuna e di incoscienza perché non è che tutto avviene sempre secondo i programmi…
A me ci sono voluti quasi 20 anni per capire cosa volevo davvero.
Forse mi ci voleva il terremoto che mi ha travolta all’improvviso per ripartire da capo e cercare di non lasciarmi più influenzare dagli altri, per non ripetere l’errore di vivere secondo le aspettative altrui.
Forse dovevo solo sbagliare, fare esperienza, maturare. Serviva tempo, forse.
Serviva smettere di vivere solo in superficie, serviva smettere di correre sempre (per andare dove poi, ancora me lo sto chiedendo adesso).
Serviva riempire il vuoto che avevo abilmente occultato, prima di tutto a me stessa.
Serviva tanta sofferenza.
Mah?!?!
Spesso ripenso a come sarei potuta essere oggi, adesso, se la mia vita avesse continuato ad essere fatta di 12 ore di lavoro al giorno, di dormite isteriche lunghe 40 ore nel weekend, di tailleur pantalone nero o grigio e camicia di seta bianca, di riunioni fino alle 11 di sera, di valige sempre pronte, di aerei presi al volo, di taxi aeroporto/ufficio/hotel/aeroporto, di notti in hotel qua e là per il mondo, di cellulare sempre on anche di notte per via del fuso orario.
Di cene, di happy-hour, di frequentazioni obbligate perché sai, il network…
Di amici via via persi di vista, della famiglia notizie praticamente solo al telefono e di visite nelle feste comandate.
Però adesso la scelta è fatta e tutto è molto più chiaro dentro e fuori di me.
Questione di priorità, appunto.
La consapevolezza che, probabilmente, non si può avere tutto. Almeno non sempre.
Banalità? Si, può essere, anzi certamente.
Però banalità che mi hanno permesso di ritrovare serenità, motivazione, equilibrio, voglia di vivere, progettare.
Di capire che persona ero e volevo essere. Non apparire.