A volte ce la faccio.
Lascio qui il corpaccione da ragazza robusta e parto insieme alla mia testa.
Che poi, dove andiamo non si sa.
La meta non la sa né lei né io e spesso neanche c'è. E di solito, questi sono i viaggi migliori. Quando torno sto sempre molto meglio, perché ho fatto il pieno di colori, di odori, di sapori, di suoni; perché ho ritrovato cose che avevo perso, persone che non vedevo più, luoghi strani, oggetti, sensazioni. Un po' di tutto.
Però oggi una meta ce l'avrei già in mente.
Andrei in montagna, mi coprirei molto bene, mi metterei la protezione totale in viso e sulle orecchie, un paio di occhiali a specchio e mi siederei in cima là sulla neve, con la schiena e la testa appoggiate al tronco di un pino, magari un po' lontana dalla pista.
La giornata è fredda anche se il sole è abbacinante, ma tutto è così nitido.
Respirerei profondamente, svuotando completamente la mente.
Osserverei quella meraviglia silenziosa e imponente, piano piano, seguendo con lo sguardo tutto il profilo delle rocce da destra a sinistra e viceversa, scoprendo sempre dettagli nuovi.
Immaginerei le forme delle nuvole.
Mi godrei fino in fondo quella sensazione di libertà, di tranquillità e di onnipotenza che provo in quel momento e cercherei di trattenerla, di fermarla il più possibile, finché dura quel brividino nella nuca che poi si perde all'interno del collo.
Silenzio.
Pace.
Merda, mi si è sbeccata l'unghia mentre battevo sulla tastiera.


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