Non sarà che il titolo di questo blog un po’ di sfiga la porti sul serio?
Mi devo attaccare pure alle cazzate per cercare di darmi delle spiegazioni, perché di risposte concrete a questi fatti, non ne trovo.
Ho lasciato passare qualche giorno perché ero troppo disperata per scriverne qui.
Ma forse avrei dovuto farlo lo stesso.
Non so.
Poi dicono che “quelle sensazioni”, quella sorta di “presagio” che ogni tanto si avvertono, siano tutta questione di autosuggestione e che uno se le inventa a posteriori.
Che dicano.
Però stranamente io ho cominciato ad avvertirla domenica pomeriggio, di due domeniche fa, per altro nel bel mezzo di una occasione molto felice, stavo veramente bene mentre rivedevo delle care amiche dopo tanto tempo: ci siamo ritrovate tutte insieme, con i nostri bimbi e i rispettivi mariti/compagni, avevamo fatto delle torte e chiacchieravamo contente, mentre i bimbi giocavano insieme nel giardino sotto gli occhi dei papà… ed era davvero una gioia per gli occhi e per il cuore.
In una giornata bellissima, con tanto sole e un vento caldo che sembrava primavera inoltrata.
Ma ho cominciato a sentirmi strana, irrequieta, insolitamente sulle spine, quando tutto ciò non avrebbe proprio dovuto essere. Eppure.
Tornando a casa, davanti all’ascensore con la mia piccina in braccio che si era addormentata in macchina, ci siamo imbattuti nei nostri vicini di casa che ultimamente non vedevamo in giro, che stranamente non incontravamo più.
L’impatto è stato decisamente forte: lui seduto su una sedia a rotelle, il viso tutto gonfio che quasi non si vedevano più gli occhi, capelli a chiazze, e uno strano rigonfiamento sul lato sinistro della testa e della guancia… tanto che lì per lì non ho nemmeno capito che fosse lui.
Due parole con lei che lo spingeva e che da dietro la carrozzella mi implorava con gli occhi di non far domande. Un augurio per congedo.
Son rimasta male, molto male… ho cominciato a pensare al peggio a fare le congetture più drammatiche… e quella sensazione di prima si accentuava.
La sera nonostante fossi molto stanca, non riuscivo ad andare a letto.
Continuavo a trovare cose inesistenti da fare, che non potevo rimandare… ballavo in giro per casa nervosa… impotente perché non riuscivo a capire il motivo che mi faceva sentire così.
Alla fine mi sono imposta di andare a dormire, ma ho preso sonno molto più tardi e dopo essermi rigirata per ore nel letto.
Alla mattina, è arrivata inesorabile la tranvata.
Mia mamma mi ha telefonato alle 8, piangente e già avevo il sangue gelato.
Non so con quale velocità mi sono passati un milione di pensieri nella mente nel giro di secondi… mi sembrava di impazzire.
Poi, cercando di calmarsi, mi ha detto che era morto mio zio, suo fratello… mio fratello.
Aveva la mia stessa età, pochi mesi in più, siamo cresciuti insieme come fratello e sorella: mia mamma e mia nonna, per un periodo, sono state incinte insieme.
E noi, nati a poca distanza di tempo, siamo sempre stati legatissimi.
Giocava in palestra a pallavolo, quella domenica sera, con gli amici.
A un certo punto ha sentito un dolore al petto, si è seduto in panchina e gli è scoppiato il cuore, letteralmente. Si è accasciato, l’espressione del viso gli si è completamente stravolta, è diventato tutto blu, era già morto.
Nemmeno i volontari del 118, che caso vuole stessero giocando proprio la stessa partita, intervenuti immediatamente sono riusciti a fare nulla.
E nemmeno con l’intervento dell’ambulanza arrivata in meno di 5 minuti, si è potuto qualcosa.
A bocce semi-ferme, dopo più di una settimana, dico che non si riesce ad accettare facilmente una morte del genere, a 44 anni.
Senza avere mai dato un segno prima, avendo fatto tutti i controlli medici del caso da pochi mesi.
Senza che ci fosse uno straccio di motivo valido, una giustificazione logica.
Sua moglie, le sue figlie, le sue sorelle, suo fratello, io, tutto il resto della famiglia e degli amici e dei colleghi siamo come storditi. Sospesi. Non ci si rende conto. Non pare vero.
C’è questo clima irreale, dopo tante lacrime. Tante proprio.
E in questo stato d’animo, a metà della scorsa settimana, vengo a sapere che anche il nostro vicino di casa è morto, quello della carrozzella.
32 anni, tumore al cervello.
Cosa si può dire o fare? Solo abbracciare chi rimane, far sapere che noi siamo lì, a qualsiasi ora del giorno e della notte, star vicino.
Sono stanca, svuotata, mi sento uno straccio da pavimento.
La piccina sta male, è sempre influenzata, tanta tosse, tanto raffreddore, non va in bagno.
E’ a casa dall’asilo da qualche giorno e chissà per quanto ne avremo ancora.
Mio marito, non è in condizioni migliori, si trascina letteralmente, ma fa il duro perché non vuole far vedere che sta male e che deve essere il punto fermo per me, che mi ci posso appoggiare.
Per concludere la settimana, venerdì scorso un bel day-hospital per gli esami di pre-ricovero.
L’intervento al 3 aprile.
Vaffanculo, lo posso dire?