in queste sere solitarie, ti penso e mi manchi.
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Che poi già lo so che magari domani o fra tre giorni ritornerò serena.
Intanto però, no.
E’ stato bello il weekend a Madrid, a parte il tiempemmerd e il freddo porco (solo noi o Fantozzi possono trovare un tempo così in Spagna a fine maggio), sarebbe forse stato bello ovunque.
Avevamo bisogno di quel tempo per noi, lontani da tutto, e ce lo siamo concesso.
Però poi si torna alla realtà e trovi la piccina ammalata, sotto antibiotico, con le tonsille rosso pomodoro e grosse come due angurie.
Il marito che deve prendere un volo il giorno dopo e rientra solo a fine settimana.
In ufficio lo sclero regna sovrano, in particolare sul mio capo che ne è pervaso fin nelle viscere.
Penso a quel colloquio e a cosa ne potrà scaturire.
Se ne vien fuori un’offerta decente, posso dire addìo all’ultima briciola di serenità che mi ero gelosamente custodita per i prossimi mesi.
Cerco di non pensare a tutto ciò che il governo sta mettendo in pista, che mi viene da vomitare.
Sono sconfortata, davvero. Ma non tanto per quello che fanno, che era tutto sommato prevedibile facessero. No.
Lo sconforto mi esplode quando sento le persone che ne parlano in toni entusiastici e che finalmente qualcuno si muove, qualcuno fa qualcosa… eccerto, come no.
Come si fa a non capire, a non VEDERE????
Penso anche che proprio oggi F. avrebbe compiuto 45 anni.
Che amarezza.
Insomma poi è da quando ho aperto gli occhi stamattina che ho una sensazione … come di assorbimento… che provo quel fastidio nel retro del cervelletto che continua a martellare e non capisco perché.
Poi m’abbaglia un flash.
Ecco, già, il sogno di stanotte.
Molto confuso eh… ma mi ricordo che un direttore del personale del cazzo qualsiasi, che nello specifico doveva essere il mio, mi consegnava una sorta di pergamena arrotolata, scritta in quattro lingue nordiche, che ovviamente non ero minimamente in grado di interpretare.
Ma alla fine capisco che è una lettera di richiamo, in toni pesantissimi e piena di insulti, perché arrivo sempre in ritardo.
E che siccome le regole dello statuto dei lavoratori sono cambiate ma a me nessuno lo ha detto, adesso di richiamo ne basta uno solo e tu sei fuori.
Ecco ero fuori.
Con la mia bella pergamenina arrotolata in mano.
Però ricordo abbastanza bene di avergli detto, in nordico, di infilarsela su per lo sfintere.
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Di quella durezza di marmo lucido.
Che se ci sbatti contro, non attutisce nemmeno un po’ il colpo e ti fai proprio tanto male.
Non so perché, questa volta non c’ero. Di solito ci sono, questa volta no.
Forse sentivo anch’io il dolore, la tensione, la sospensione.
Ero frustrata anch’io nel non saper cosa fare, se fare ed eventualmente come. Forse.
Però il mio nervosismo, la mia rabbia, il mio scattare per ogni cazzata li ha sentiti anche la piccina e, di questo soprattutto, mi dispiaccio.
Anche se certe cose sono state dette e per quanto mi riguarda le parole HANNO un peso, penso che forse, col tempo, una se ne deve fare una ragione, anche perché non avendo fatto nulla di male e sentendomi pulita...
(A differenza vostra.)
Anche se tua madre ti ha ignorato per tutta la vita, ti ha fatto sempre sentire un peso, ti ha lasciato crescere solo, ti ha rinfacciato cose di cui non hai colpa e ti ha sempre ribadito che ha provato a non farti nascere in tutti i modi… quando muore, un po’ di vuoto dentro te lo lascia.
E malgrado tutto, tu avresti anche voluto esserci a salutarla per l’ultima volta, ma hai anche la fortuna di avere una sorella che ha fatto di tutto per impedirtelo.
Per altro dai racconti degli altri parenti, vieni a sapere che è stato davvero un funerale drammatico per tutta un’altra serie di motivazioni davvero ignobili.
Ma insomma, dico io, nessuno merita una fine così squallida.
Alla fine a me, cretina, umanamente dispiace comunque.
E vederti per settimane a mangiarti il fegato e a non trovare il modo di venire a patti con il tuo stare male, mi ha reso negativa, nevrotica, irascibile.
Ero arrabbiata con lei, con loro. Lo sono ancora.
Non tanto per quello che hanno detto e fatto a me, quanto per come ti hanno sempre trattato, per il male che consapevolmente ti hanno sempre fatto.
Però ieri sera ci siamo ritrovati. Abbracciati e confortati. Parlati.
Ci amiamo, io ci sono.
Spero che possa bastarti.
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Sta colorando l’anima mia…
Cantava Lucio.
Che per quello che sto provando va bene solo la prima frase della sciansòn, il resto proprio non ci sta. Però mi piace sto attacco, proprio tanto.
E me lo canto e me lo ricanto perché sto pensando che finalmente fra qualche giorno mi godrò un viaggetto con mio marito, soli soli, finalmente.
Che mi vedrò Madrid, che è una vita che ci volevo andare.
Che finalmente potrò starmene fuori fino a tardi, cenare, bere, ascoltare musica, forse ballare… senza sensi di colpa, senza angoscia.
Che ho voglia di vivere quell’atmosfera.
E poi non mi sembra vero di non avere più dolori, di poter di nuovo camminare, correre, saltare, abbassarmi, sedermi per terra.
Tra l’altro è anche possibile che, se si troverà un buon accordo, io cambi lavoro.
Ommammamia.
Sarebbe troppo bello. Nonostante tutto, rimpiango sempre quell’ambiente e quei colleghi.
Un po’ più di sbattimento sugli spostamenti, ma fondamentalmente del tutto gestibile.
Uabbò, vedremo….
………..Siediti qui accanto anima mia
ed abbandona la tua gelosia se puoi
combinazione ho un po’ di champagne se vuoi amore………..
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non ce ne può fregà de meno.
non lo abbiamo mai festeggiato, è una ricorrenza che non abbiamo mai "sentito".
non è snobberia.
è che fa parte del solito circo super-consumistico che, secondo me, ormai di romantico non ha proprio più un bel tubo di niente.
invece.
ho appena prenotato un uichendone lungo a Madrid, per festeggiare il primo anniversario.
cazzo, cheinvenzionedellamadonna i low cost e i cheapresorts!
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C'è qualcosa che ti piacerebbe avere per il tuo compleanno?
Ma no, guarda. Non ho bisogno di nulla, davvero. E poi, inter nos, non è che mi vada poi più di tanto festeggiare i compleanni, che ogni anno che passa adesso è come una pietra.
Oh madama l'entusiasmo! Ma dai, pensaci! E poi, ci sono anche i saldi adesso, dai... puoi sbizzarrirti.
No, dai. Sul serio. Non mi serve nulla.
Vabè, ho capito. Però se poi ti arriva qualcosa che non ti piace non te la prendere eh.
Dialogo tra me e mio marito di qualche giorno fa.
Un non meglio identificato pomeriggio di qualche giorno fa, mia mamma è andata all'asilo a prendere la peste e l’ha rapita fino al giorno dopo.
Libertà! Evvai!
Mi precipito fuori dall'ufficio senza l'angoscia di dover correre a casa... nessun impegno fino all'ora di cena... spetta che mi fermo un attimo al carfùr che dò un'occhiatina alle vetrine va... giusto per vedere che non voglio comprare niente.
Ora posseggo:
- 1 paio di anfibi che lumavo da due anni ed erano esattamente quelli di quella marca lì che mi guardavano dalla vetrina, ammiccando. Mica potevo lasciarli lì no?
- 1 miniabito di lana nero, scollatura sfacciata
- 1 paio di jeans bellissimi, con dei profilini strani sulle tasche, stupenderrimi
- 2 cardiganS: 1 nero incrociato di mohair con una lavorazione a pizzo superfichissimo, l’altro più sportivo e più pesante.
- 2 paia di collant un po’ vistosi, che spezzeranno la continuità del nero degli anfibi col miniabito e daranno un tocco di colore (**) .
Senti, volevo ringraziarti per il regalo di compleanno eh… sei stato veramente carino!
Eh? Ma se non ti ho ancora preso niente?!?!
Questo lo dici tu….
(**) lo so da me che compiendo un numero X (basso, nè) di anni dopo i 40 quest'abbigliamento non si addice, però obiettivamente ciò ancora un fisico che lo permette. approfitto finché posso.
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Io per esempio mi mettevo le dita tra i capelli, sulla sommità della testa, e mi grattavo, ma molto leggermente, quasi una carezza per ogni dito.
Mi rilassavo molto, specialmente prima di dormire. E’ una cosa che facevo da bambina, praticamente da bebè, ma che mi sono trascinata sempre. Quando ho bisogno di calmarmi, di rasserenarmi, di ritrovare l’equilibrio, metto le dita tra i capelli, proprio lì in quel punto preciso e mi faccio i grattini, come ai gatti. Non so perché, però funziona.
Oppure mi ricordo che, sempre da bambina, mi percorreva uno strano brivido che riusciva a scuotermi (ma molto visibilmente proprio!) quando mi scappava la cacca.
Oppure mi succede (anche questo più o meno da sempre, da che ne ho memoria) al telefono che improvvisamente quando ascolto un certo tipo di voce, donna o uomo che sia, con un certo tipo di tono e di timbro, incomincia a formicolarmi la nuca e poi piano piano arriva fino alla sommità della testa e mi si chiude un po’ la gola: è una sensazione pazzesca, quasi a livello di orgasmo. Tanto che spesso, a telefonata ormai chiusa, continuo a ripensare a quella voce per prolungare il più possibile quella sensazione.
Quando mi capita una di queste cose e ne parlo a mio marito, lui si stupisce perché dice che a lui non è mai capitato. Anzi, diciamo la verità, mi guarda come se fossi una pazza.
Io credo che sia perché nessuno mai si è occupato di lui quando era bambino, e che ci fosse o non ci fosse a casa sua non faceva alcuna differenza.
Certe cose secondo me segnano l’infanzia, positivamente, ma se uno l’infanzia se la vuole dimenticare, forse non si porta dietro niente che gliela possa ricordare.
Mia figlia rabbrividisce esattamente come me, proprio nello stesso identico modo, quando le scappa la cacca.
Mi piacerebbe tanto che a quarant’anni e fischia, si ritrovasse a fare ancora questo e molti altri dei gesti che ricorrono adesso.
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Che sono qui che faccio la vaga, cerco di pensare ad altro, mi distraggo. Seee.
Tutti a scrivere del settembre che incalza, dei ricordi dell’estate, dell’anno nuovo che è appena cominciato, dei colori, dei profumi, di ciò che ci aspetta e via così.
Tutto molto bello.
Ma per me questo settembre è diverso.
Mi porta novità.
Soprattutto la mia cucciola comincerà l’asilo, la scuola dell’infanzia, come si dice adesso.
Che a dirla così sarebbe la cosa più normale del mondo. Per gli altri. Forse.
Ma per me, anzi noi, è un grande passo.
Sarà il primo, reale distacco reciproco; il prodromo della sua progressiva e futura indipendenza formazione, educazione e responsabilizzazione.
Che bello!
E che brutto anche!
Insomma c’ho un groppo che levati.
Sono emozionata, un po’ in apprensione e, di contro, un po’ sollevata.
Lei è molto agitata, piena di aspettative e di impazienza.
Lui, as usual, è troppo nervoso, troppo preso da se stesso, dalle sue ipocondrie, da tutto il peso che le sue spalle non riescono a reggere come prima, dai problemi di lavoro e con parte della sua precedente famiglia, dalla stanchezza… per partecipare e per essere un po’ più presente a questo evento importante.
Salvo poi fra qualche settimana cadere dalle nuvole e informarsi sullo stato delle cose a cosa fatte. Vabè.
Ma questo è un altro capitolo.
Tornando a bomba, mancano 11 giorni.
Non so se mi bastano per abituarmi all’idea.
Intanto ho comprato diligentemente tutte le cose che stavano nell’elenco del corredo.
Manca solo il grembiulino.
Mi devo ricordare di portarmi la digitale perché vorrei che le rimanessero delle immagini di questo suo primo giorno.
”mamma, lo sai che io a settembre vado a scuola?”
“eh? Ma davvero? E sei contenta?”
“si. Starò coi bimbi, disegnerò, giocherò, canterò, mangerò… il formaggio no però eh”
“no, amore, il formaggio no. se non ti piace non lo mangi.”
“mamma, a te piace il formaggio?”
“no che non mi piace amore, lo vedi che non lo mangio mai.”
“ma allora a chi darò il mio formaggio?”
“a nessuno, lo lascerai nel piatto. Oppure lo darai a qualche bimbo che ne vuole ancora”
“lo metterò nel piatto di papà?”
“no micina, il papà non sarà lì con te. E nemmeno la mamma. E nemmeno i nonni”
“allora io a scuola non ci voglio andare.”
(ieri mattina, ore 7.40 o giù di lì)
Aiuto.
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